Progetto Agriturismo San Giuseppe

L’agriturismo che intendo realizzare potrà denominarsi “Agriturismo San Giuseppe”: ciò in quanto, avendo accesso dalla via omonima, sarà situato pure sul fondo omonimo, di cui residuano circa quindicimila metri quadrati adibiti a parco dopo la lottizzazione degli anni sessanta, dovuta al fatto che la villa storica del 1600 che ivi insiste si trovava già a ridosso del centro abitato di Medolla (Modena), in via di rapida espansione.

La collocazione ambientale in zona pianeggiante – e purtroppo sottoposta a quell’intensiva, forzata industrializzazione che, per dirla col noto menestrello milanese, “non lascia più l’erba” e prevede solo ” case e cemento” – non possiede ormai, certo, l’amenità d’un tempo, allorchè ancora negli anni cinquanta il borgo era solo agricolo e tutte le famiglie contadine, nonché la mia, padronale, erano dedite alla coltivazione dei campi, alla silvicultura ed all’allevamento del bestiame: godendo, in pratica, di autosufficienza alimentare, energetica ed abitativa, laddove a quell’epoca ancora ci si accontentava dei servizi naturali e la stessa abitazione padronale era sintomaticamente definita ” al casèn con sala passadòra e ‘l cagadòr par d’fòra”.

Solo per esemplificare, le lavorazioni erano quasi tutte manuali, con proficua collaborazione degli “altri animali che sono in terra”, come li definisce il nostro Dante, nel Purgatorio, i quali, al pari di noi umani, godevano di quella piena dignità risalente alla natura nostra e loro ed al lavoro svolto non per l’onnivoro, insipiente mercato, ma per l’autosufficienza, o semplicemente per vivere, essendo scritto ” Voglio ch’essi abbiano la Vita e l’abbiano in abbondanza”: lavoro non più praticabile ora nell’era della Fine della Natura e della Fine del Lavoro che vede, infatti, confinati nei musei della civiltà contadina e negli zoo/safari tutti loro, quando miracolosamente sopravvissuti alla mattanza, e tutti noi quando pure riusciamo a sopravvivere alle macchine di ogni genere di cui siamo stati resi ridicole appendici – come l’infelice ballerino Bolle e gli empi che lo mandano e lo dirigono ci hanno, da ultimo, mostrato, esaltando, al contrario, un tale esiziale esito, con protervo, luciferino orgoglio -.

Nonostante tutto, per merito di mio padre, combattente e reduce, innamorato della sua terra, l’azienda sopravvisse al pianificato massacro, attuato attraverso le due Guerre Mondiali e le correlate Rivoluzioni ed allorchè le famiglie contadine composte di ex braccianti sfruttati all’osso – già provvidenzialmente introdotte da mio nonno sui terreni, e così salvate grazie alla sapiente riforma agraria anticapitalistica del Fascismo degli anni venti – furono deportate per servire l’industria dei vincitori, andando, come si diceva allora eufemisticamente ” sò ‘d terra “, essa continuò la sua funzione, avvalendosi giocoforza di salariati e macchinari, ma riducendo di conseguenza l’attività alla sola produzione cerealicola estensiva e viticola, purtroppo con completo abbandono dell’allevamento del bestiame e delle colture orticole (ovvero dell’ormai tristemente dimenticato “orto di guerra”), nonché di quelli che per eufemismo l’economicismo al potere definì con sprezzo ” sottoprodotti”.

Essendo dunque impensabile il ritorno all’antica, ma autentica economia – dato che il fatidico punto di non ritorno sembra abbondantemente superato, in attesa di bruciare tutti pel surriscaldamento e l’inesorabile inquinamento per cui dobbiamo ringraziare l’industria e l’ideologico/idolatrico progresso in genere -, non potendo, voglio dire, tornare indietro (in quel mondo vivibile in cui non si scartava niente, ma tutto si usava ed al bisogno si aggiustava), la mia scelta, nell’ereditare l’azienda, fu quella di renderla comunque il più possibile amena, accompagnando la sua coltivazione con misure agroambientali protettive – tipo l’uso di insetti predatori, della confusione sessuale e di prodotti ecocompatibili – e con l’impianto di diversi boschi e siepi frangivento sui confini, avvalendomi pure delle contribuzioni europee.

Attualmente, dunque, accade che, in zona, tutto il terreno che si estende dall’abitato di Medolla alla frazione di Villafranca, per circa trentacinque ettari, pur se pressochè circondato da abitazioni e fabbriche, appare già di per sé come un’oasi ambientale, ove esso dà ricettacolo, oltre che a lepri e fagiani stanziali, pure ad uccelli di passo, che si avvalgono del canale consortile protetto dalla vegetazione e dalle recinzioni confinarie.

Questa situazione di fatto sembra, allora, idonea a promuovere l’ospitalità verso chi intenda tenere eventi privati, parte all’aperto e parte presso i fabbricati costituiti da villa storica e suoi annessi, nonché presso l’ampio parco circostante.

All’attività suddetta penso potrebbe essere aggiunta quella di pernottamento e prima colazione, avvalendosi dell’annesso della suddetta villa, dal quale possono essere ricavate almeno quattro camere da letto ed una sala colazioni.

Penso, quindi, che un punto di forza dell’attività potrebbe essere individuato nell’unicità della collocazione di un’area residuale, che mantiene, per quanto può, gli antichi caratteri agresti, proprio all’interno di una maggiore area “tutta case e cemento”, tanto per dirla in musica e così attenuare il dolore per l’abbandono.

Ulteriore punto di forza può essere dato dalla naturale didatticità del sito, nel senso che l’ospite, opportunamente guidato ed avvalendosi dell’auspicabile, residuale sua immaginazione, avrebbe a disposizione immediatamente la visione dei luoghi in cui si dipanava una vita di gerarchia in collaborazione corporativa e mutua assistenza, nonché di autosufficienza: ove si traeva dal suolo l’acqua da bere ed il cibo, previa trasformazione dei prodotti agricoli in carne, vino e pane cotto nel forno aziendale, o in quelli delle singole case coloniche, il tutto senza tanti problemi di setticità, nè di schizofrenici vincoli burocratici.

L’immaginazione dell’ospite potrà, poi, essere sollecitata dal racconto, pur succinto, della fondazione dell’azienda “La Galla” ad opera del bisnonno e della sua rifondazione, operata di generazione in generazione prima dal nonno Anselmo, Podestà di Medolla dal 1930 al 1945, e poi dal padre Riccardo, negli anni sessanta, ed infine da me, dagli anni novanta ad oggi.

All’uopo mio padre aveva approntato un piccolo museo contenente svariati strumenti di lavoro agricolo e domestico, in gran parte andati perduti a seguito del terremoto, il quale ha permesso comunque la ricostruzione di tutti gli otto corpi di fabbrica di cui è composta la proprietà.

E’ rimasto accessibile, poi, il museo dei veicoli d’epoca, auto e carrozze della casa, databili da circa il 1880, anno in cui mio bisnonno Riccardo restaurò l’abitazione storica costruita dalla famiglia tra il 1590 e il 1610, per destinarla a casa canonica del parroco Tinchelli ed in seguito decaduta ad uso solo agricolo: la villa conserva ancora la torretta difensiva che presentava, fino al terremoto del 2012, due feritoie per la difesa in caso di attacco armato, nonché la porta, chiavistelli e chiavi che proteggevano un ridotto atto a nascondere, in caso di pericolo, quanto di prezioso, previa muratura provvisoria di un sottoscala segreto, usato pure durante l’occupazione del 1943/1944.

Altro elemento utile per bene impressionare l’ospite è dato dall’acetaia ora posta nell’abitazione di Villafranca in via provvisoria, in attesa del completo ripristino dell’ultimo piano della villa, ove essa era stata collocata nel 1880; anno in cui il bisnonno, dividendosi dai fratelli, aveva portato con sé, sul carro del 1856 trainato dai buoi, conservato nel museo, le botti sue e quelle della moglie, facendole rivestire da un mastro bottaio di una protezione esterna: in tutto abbiamo conservato sei vaselle antiche, a cui nel tempo se ne sono aggiunte altre cinque, per assicurare il fabbisogno familiare.

Ulteriore dato di interesse può essere la visita del fabbricato ex fienile/stalla – per quei tempi già definito avveniristico dai locali -, in parte almeno recuperato come in origine, contenente talune megabotti da vino che il bisnonno aveva fatto costruire per la cantina sociale di Medolla, Cavezzo e Villafranca, da lui fondata assieme ad altri agricoltori e presieduta da ultimo da mio padre, negli anni cinquanta, il cui antico edificio restaurato è ancora visibile sulla Statale n.12, prima di Medolla, ed è stato adibito ad albergo, ristorazione e negozi.

Quanto alla villa storica, essa fu oggetto di restauro/abbellimento negli anni venti/trenta, su progetto dell’architetto Roncaglia di San Felice sul Panaro, risalente al 1908, nello stile cinquecentesco allora di moda, per cui sono visibili numerosi fregi, stemmi di famiglia, decorazioni in graniglia di marmo e terracotte artistiche ed il pozzo rinascimentale che ricorda quello di Pienza, in Toscana e sulla cui ghiera sono trascritti taluni versi poetici a lode di nostra sorella acqua, gli uni inventati da mio nonno Anselmo e gli altri dal grande Orazio “satiro”.

All’interno è possibile visitare le stanze del piano terreno, utilizzabili pure nell’ambito degli eventi privati, fruendo esse di quattro diversi ingressi dall’esterno, arredate ciascuna con mobili, quadri, nonché lampadari di Murano d’epoca, mentre la prima stanza dopo l’ingresso – contenente quest’ultimo cenni biografici dei Tosatti che avevano servito l’Italia ed i diplomi di laurea dei rifondatori dell'”Azienda Agricola La Galla”, conseguiti: da Anselmo in data 17 novembre 1900, da Riccardo il 10 marzo 1950 e da Anselmo il 13 novembre 1973 – è adibita a biblioteca: ove sono custoditi il bassorilievo che ritrae il primo figlio Riccardo, tragicamente morto nel 1920, e diversi volumi di antiche edizioni, amorevolmente collezionati da mio nonno Anselmo.

Confesso, a questo punto, che il progetto di agriturismo attuale è assai limitato, in quanto la mia età sul tramonto non mi consente di allargarmi ad ipotesi cui non sarei da solo in grado di fare fronte.

Ho, comunque, un nipote ex filia di quattordici anni, Alessandro, per il quale vorrei aprire una strada ch’egli potrà percorrere, se lo vorrà, tra qualche anno e per questo intendo, per il momento, allargare la prospettiva dell’azienda ch’egli rileverà rendendola, appunto, da arboricolo/viticola ad agrituristica.

Al presente ho, pertanto, intenzione solo di aprire i luoghi di pertinenza della villa storica ad attività recettiva per eventi che sarebbero gestiti da terzi, quanto ai servizi di ristorazione, ed eventualmente, in un secondo momento, di apprestare le camere da letto della dipendenza per l’ospitalità.

Ritengo, quindi, prematuro quantificare con esattezza, come pure richiestomi, l’attività agrituristica potenziale, ma penso che la presenza di quattro dipendenti e l’estensione totale della proprietà aziendale, di quarantaquattro ettari – dovendosi aggiungere a quelli del corpo principale i dieci ettari golenali a pioppeto – potrebbe consentire ampiamente l’ospitalità per pernottamento e prima colazione su solo quattro camere da letto, relativi bagni e sala refettorio.

In questo caso, nel servire la clientela pur a tale limitato fine ristorativo, vi sarebbe proficua occasione per offrire la degustazione di prodotti aziendali, quali frutti di stagione, raccolti dagli alberi da frutto collocati in testa ai filari di vite, frutti minori derivati dai frangivento e dal bosco, dolci preparati in casa, quale il tipico balson, e vino di produzione aziendale – lambrusco di Sorbara, salamino e pignoletto – tratto dai vigneti circostanti, nonché aceto balsamico, sempre prodotto con mosto di casa, ivi bollito da me ogni anno, per un’intera giornata nell’antico paiuolo di rame da un quintale.

Vi è, inoltre, la possibilità di adibire due ulteriori dipendenti a tempo parziale al fine di assicurare ricezione degli ospiti, pulizie, riassetto delle camere e servizi di prima colazione, con possibilità di utilizzare all’occorrenza, con gli ospiti, la lingue inglese.

Quanto ai prezzi, mi rimetterei al gestore per quanto attiene agli eventi, mentre per l’ospitalità fisserei in euro 30 il prezzo della camera uso singolo ed in euro 50 il prezzo della doppia, tenendo conto della presenza di numerose alternative sul territorio e pertanto di una notevole concorrenza.

Quanto a vie d’accesso, non vi sono problemi, posto che la via San Giuseppe è raggiungibile dalla Statale n.12 direttamente proseguendo, alla rotatoria del paese, per l’abitato di Medolla, opportunamente segnalato ivi, con possibilità, altresì, di farsi autorizzare dall’Ente Pubblico alla collocazione di segnaletica personalizzata indicante l’Agriturismo San Giuseppe, posto sull’omonima via, al margine sud dell’abitato al n.47/49.

Anche per i parcheggi non vi sono problematiche, potendo la villa e la sua pertinenza fruire di tre accessi carrabili (due sulla via San Giuseppe ed uno sulla via Grandi, sul fronte opposto) e di un accesso pedonale frontistante, attraverso il quale si potrebbe raggiungere l’ampio parcheggio individuabile sull’aia aziendale sita tra i due corpi di fabbrica di via San Giuseppe 10/12, come meglio si può notare dalle foto allegate.

L’area turistico/ricreativa può estendersi, volendo, all’intero corpo aziendale, adatto per passeggiate a piedi o in bicicletta, su di un percorso nord/sud di un chilometro e mezzo e su di un percorso est/ovest di circa un chilometro: dai quali percorsi si possono ammirare gli antichi casolari ritratti nelle foto relative, i vigneti ed i campi coltivati a mais per la produzione del biogas generato dal digestore di Mirandola e da cui si può, infine, accedere ai boschi ricchi di vegetazione spontanea, fiori e frutti di bosco, quali more e fragole; con possibilità, altresì, di proseguire l’escursione in bicicletta fino al vicino fiume Secchia, nelle cui golene di destra trovansi i pioppeti aziendali, destinati a produrre imballaggi naturali lignei, sostitutivi dell’esiziale plastica.

Quanto ai suddetti casolari, integranti gli ulteriori sei corpi di fabbrica, oltre a villa storica e sua pertinenza, giova ricordare brevemente storia e funzione di ciascuno.

I caseggiati di via San Giuseppe 10, centro aziendale, siti all’estremità nord del fondo La Galla ed edificati nel 1880 da mio bisnonno Riccardo, sono adibiti a foresteria per i lavoratori ed a ricovero di trattrici, attrezzature, concimi, antiparassitari e quant’altro al servizio dell’attività agricola: un tempo essi erano destinati il primo ad abitazione di ben tre famiglie coloniche, ivi insediatesi in attuazione della già ricordata riforma agraria degli anni venti ed erano dotati di porcilaie, pollai, forni, pozzi ed in genere di quel che occorreva ad assicurare l’autonomia abitativa, alimentare ed energetica dei nuclei cui era stata assicurata finalmente, grazie all’opera indefessa del podestà mio nonno, un’esistenza libera e dignitosa; il secondo fabbricato, avveniristico per l’epoca, oltre al fienile, dove si ricoveravano foraggi e frumento per la trebbiatura, conteneva due stalle spaziose e luminose, in cui albergavano trenta vacche da latte pregiate ed il toro da monta di razza, adibito anche alle funzioni della stazione di pubblica monta taurina, per la selezione delle specie lattifere di bovini; esisteva pure un annesso recinto esterno/interno per l’allevamento dei nati, che erano poi selezionati presso l’altra stalla dell’attiguo fondo San Giuseppe, pur’esso in allora dotato di casa colonica, fienile e stalla.

Proseguendo nella visita guidata, si potrà incontrare, successivamente, ad un chilometro circa di distanza in direzione sud, dopo avere costeggiato i campi coltivati, i boschi ed i vigneti, il sedime dell’ex ferrovia Modena/Mirandola/Finale Emilia, costruita nel 1880, previo esproprio di una fascia larga dieci metri, sulla quale insiste ora, con andamento ovest/est, la pista ciclabile/pedonale provinciale: questa può così felicemente usufruire, attraversandolo per intero, del bosco da me piantato nel 1994 e destinato, sulla fascia demaniale, a svariate aree di sosta e ristoro per i viandanti.

Di analoghe piccole piazzole attrezzate, site a ridosso del frangivento aziendale confinario, può fare uso il pubblico anche sul percorso ciclabile Villafranca/Mirandola, con andamento sud/nord, grazie al ripristino da me operato della fascia demaniale che costeggiava la ferrovia, interamente da me ripiantumata, negli anni novanta, con svariate essenze autoctone arboricole, fruttifere e floricole.

Superata detta pista ciclabile e sempre costeggiando il bosco sul lato ovest ed il vigneto sul lato est, si entra poi nel fondo Commenda, delimitato a sud dal canale di Burana Fossetta di Camurana, che funge pure da ricovero per il passo delle gallinelle d’acqua e degli aironi, attraversando il quale sul piccolo ponte si raggiunge il fondo L’Alta, mia residenza, anch’esso parte a vigneto e parte a bosco.

Sul fondo Commenda si potrà, dunque, visitare il casolare edificato nel 1926 da mio nonno Anselmo, onde potere permettere l’insediamento di un’intera famiglia contadina, anch’essa poi frantumata, deportata e dispersa, grazie alla rivoluzione industriale degli anni sessanta, definita trionfalisticamente “il boom economico”, ma costituente, in realtà, solo l’ulteriore, fatale progressione del cancro che ci sta soffocando.

Il complesso, costituito di casa d’abitazione, stalla, fienile, accessorio con porcilaie, porticato, stallo per il somaro, pollaio e forno, era anch’esso autonomo, garantendo pure un pozzo con acqua potabile per gli abitanti e l’abbeveraggio del bestiame.

Sintomatica dello spirito e dell’entusiasmo dell’epoca è ancora la lapide collocata sotto il piccolo porticato della pertinenza, che ricorda la costruzione per l’insediamento rurale contadino, del seguente tenore:

“Agosto 1926.
Anselmo e Lina Tosatti chiamano questo fondo
‘Commenda’, a ricordare che il loro figlio primogenito
Riccardo i suoi ultimi giorni quieti e lieti, nell’estate 1919,
trascorse in località Commenda, presso Vicenza.”

Superato, quindi, il ponte sulla suddetta Fossetta consortile e raggiunto il fondo L’Alta, si potrà ivi visitare l’ultimo edificio su due corpi, ex casa colonica, porticato stalla e fienile, situato all’estremità sud della proprietà, su via Villafranca, ora adibito alla mia abitazione, dopo la ristrutturazione del 1977, avvenuta in occasione del mio matrimonio e quindi del mio insediamento ivi.

E’ opportuno rammentare che il sito era stato occupato dal castello detto Corte Roncaglio, distrutto in una delle guerre locali nel 1321, cento anni avanti il primo insediamento in zona dei mercanti Tosatti, provenienti dalla Firenze comunale dantesca, sempre in lotta fratricida da parte degli infelici “cittadin de la città partita” (da cui deriva sintomaticamente la moderna qualifica di “partito”……), e pertanto alla ricerca di una pacifica vita agreste sui terreni bonificati dai Padri Benedettini di Nonantola.

Il vasto e profondo fossato del castello, con acque sorgive, era già stato colmato, purtroppo, allorchè mio padre “riconquistò” il sito dopo varie vicende, nel 1963, e sul suo sedime insiste ora l’ampio viale che circonda il parco edificato tra il 1977 ed il 1982, sul terreno circostante, situato su di un rialzo dovuto all’ammasso delle antiche rovine, ragion per cui il fondo era stato chiamato “L’Alta”; e ciò tenendo presente l’insegnamento del nostro Ugo Foscolo, il quale, nel poemetto I Sepolcri, trae il seguente auspicio da ciò che appare, appunto, solo come ” rovina”, ovvero scarto, o rifiuto alla nostra insipiente mentalità, o ” cultura dello scarto “:

“E quando il tempo ne traveste fin le rovine
le Pimplee fan lieti di lor canti i deserti
e l’Armonia vince di mille secoli il silenzio”.Ugo Foscolo, I Sepolcri

L’area turistico/ricreativa più propria sarà poi costituita dal parco della villa di via San Giuseppe 49, in piccola parte artistico, su progetto Roncaglia, con colonnati, aiuole fiorite, statue, vasi bolognesi d’epoca e siepi di bosso gigante, o di bordura o a palla, ed in gran parte prativo/boschivo: con possibilità di passeggiate sul viale esterno circolare di quasi mezzo chilometro e sui numerosi vialetti interni al bosco, delimitati da fitte siepi ad uso labirinto, che moltiplicano a dismisura l’effetto distanza dal punto centrale dal quale, attraverso due colonnati, si accede, appunto, alle rispettive porzioni boschive ad est e ad ovest.

Ulteriore caratteristica del sito, quale si può notare dalle foto relative, è data, poi, dalla Madonnella posta sul fronte nord del corpo aziendale e dalle colonne votive edificate l’una in onore di San Giuseppe, nel 1921 (per la grazia ricevuta con la nascita ormai improbabile del secondogenito Riccardo, dopo la morte del primo figlio), e l’altra in onore del Sacro Cuore di Gesù, nel 1945, pel ritorno insperato di quel figlio Riccardo dopo cinque anni di guerra.

Ultima curiosità che si potrà notare nel parco sono, quindi, le tombe con su scritti i nomi ed i ricordi dei morti, ove, non potendolo più fare anche noi, pel divieto napoleonico, possono almeno riposare taluni nostri fratelli minori, cani, gatti, nonché le mie due cavalle ed il somaro Tobia; che a quindici anni presi a cavalcare, anziché avvalermi di un tristissimo motorino, per sostituirlo, poi con le due suddette equine e la carrozza biposto del bisnonno, che caparbiamente usai per recarmi a scuola fino alla fine del liceo, allorquando, mio malgrado, fui costretto alla capitolazione ed alla resa incondizionata alle infernali “macchine ribelli”, onde poter sopravvivere!

Quanto, infine, alla prospettazione/contrapposizione dei punti di forza e di quelli di debolezza, ritengo essi emergano già in modo palmare da quanto sin qui esposto: infatti, la collocazione dell’Agriturismo San Giuseppe nel cuore di un paesino già borgo agricolo ed ora industriale, sotto inquinamento biomedicale cancerogeno, già la dice lunga vuoi in un senso, vuoi nell’altro.

Voglio dire semplicemente che, se ci siamo rassegnati tutti a vivere (o non piuttosto a morire?) così – non potendo al presente nessuno di noi imbracciare le armi, al grido “mai più senza fucile” per cacciare l’invasore, a guisa di quanto, peraltro, già accaduto in altre epoche……. -, se, dunque, la situazione è, per ora almeno, di stallo, il punto di evidente debolezza, dato dalla collocazione su quello che qualcuno ha pessimisticamente (ma non tanto!) definito “il coperchio dell’Inferno”, può trasformarsi in punto di forza: perché dove lo trovate, appunto sopra l’ennesimo coperchio dell’Inferno, un piccolo, controrivoluzionario angolo di Paradiso, dove, anziché “case e cemento”, ci sono ancora i nostri amati “fiori et herbe”, quali cantati dal nostro San Francesco – che assieme a tutti noi componevano quella ” bella d’erbe famiglia e d’animali”, cara a San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, cantore del Verbo Incarnato, e ad Ugo Foscolo, cantore dell’Epopea Italica durata venti secoli -, per i quali Lui “alle Sue creature”, fino ad un certo fatidico giorno, “dava sustentamento”?